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Tra petrolio e geopolitica il terzo gode, l’oro

lingotti d'oro

In queste ultime settimane gli attriti tra Usa e Iran stanno salendo di tono a causa dei ripetuti attacchi alle petroliere in Medio Oriente.

Questa escalation di tensione ha riacceso l’ipotesi di una possibile chiusura dello Stretto di Hormuz.

Questo stretto è, per l’economia mondiale, uno snodo vitale, dal momento che il 30% del greggio e dei derivati mondiali scambiati via mare passa in quella zona.

Inoltre, come se non bastasse, anche il 30% del commercio mondiale di gas naturale liquefatto (GNL) transita nello Stretto, proveniente dal Qatar.

Secondo alcune analisi questo rischio geopolitico sottovalutato, potrebbe essere un vantaggio per una strategia long sul Brent.

Invece gli investitori ribassisti (short), cioè coloro che sono convinti che il prezzo del greggio sia destinato a scendere nelle prossime settimane, poggiano molte delle loro previsioni su alcuni parallelismi con gli anni ’80.

Come allora, emerge una forte domanda di auto “più ecologiche”, anche ora dove sia la produzione petrolifera quotidiana dell’Arabia Saudita (quasi 10 milioni di barili) che il boom estrattivo di shale oil statunitense determinano una sovrabbondanza dell’offerta rispetto alla domanda che, peraltro, è stimata in contrazione.

Tuttavia, si tratta di aspetti da mettere in secondo piano se si pensa ai flussi che transitano a Hormuz.

Basti pensare che la crisi di produzione del Venezuela ha portato ad una contrazione dell’estrazione di greggio pari a 1,6 milioni di barili al giorno, dai 2,4 milioni del 2016 agli 800.000 circa attuali.

La quantità di greggio e di prodotti equivalenti che attraversano lo Stretto di Hormuz, è circa 11 volte maggiore.

Le forze geopolitiche continueranno a pesare sui prezzi del petrolio con i negoziati commerciali che incideranno sulle aspettative della domanda mentre le tensioni in Medio Oriente potranno influenzare l’offerta potenziale.

In quest’ottica, ci si aspetta che l’OPEC si adoperi in tutte le situazioni per mantenere un prezzo del petrolio sostenibile.

La previsione per il prezzo del greggio Brent è di $ 75 / barile per la fine dell’anno.

L’OPEC+, cioè i paesi produttori OPEC e gli altri grandi come la Russia, continueranno a sostenere i prezzi del petrolio, però, l’Arabia Saudita non ha interesse affinché il prezzo del petrolio si avvicini troppo ai 100 dollari, per cui Riyad è pronta anche ad aumentare la produzione per mettere un freno ad ulteriori aumenti di prezzo.

L’Iran, invece, potrebbe far impennare le quotazioni soprattutto se le dispute con Washington dovessero subire ulteriori escalation.

Il presidente Trump ha due opzioni principali per rispondere agli attacchi di petroliere e droni iraniani nell’area dello Stretto di Hormuz: l’opzione militare o altre sanzioni.

Entrambe sono problematiche per Trump ma si rivelerebbero opzioni rialziste per il prezzo del greggio.

Trump potrebbe optare per una risposta militare che, comporterebbe però una rottura della sua promessa elettorale “America First”.

Inoltre, è improbabile che un’escalation militare porti l’Iran al tavolo dei negoziati. Se il Golfo si dovesse scaldare troppo tornerebbe la volatilità sui mercati.

I picchi di volatilità che si sono verificati quest’anno nel mercato del petrolio andrebbero forse ricercati in altri fattori, in particolare nelle dinamiche globali del rapporto tra la domanda e l’offerta.

E’ difficile prevedere la direzione dei prezzi del greggio solo in base agli attacchi alle petroliere.

Tensioni geopolitiche di questo tipo sono sempre presenti e la loro importanza tende a modificarsi nel tempo, come l’influenza crescente della Russia in Medio Oriente e il coordinamento di Mosca con l’Opec.

Un altro esempio che si può fare è l’influenza del regime di Teheran nella regione che ha portato ad incrementare gli attriti con Washington con tanto di attacchi alle petroliere e ai droni.

Come investitore di lungo termine prediligo infatti analizzare il mercato petrolifero valutando i più disparati fattori, quindi le analisi delle compagnie sono approfondite in funzione di una serie di risultati.

Questo non vuol dire però che non si debbano prendere in considerazione anche i fattori relativi all’offerta e alla domanda.

Insomma, sul futuro del prezzo del petrolio non c’è una chiara definizione e prospettiva.

Sembra invece che l’unico vero vincitore dei prossimi mesi potrebbe essere l’oro.

Il rally è stato guidato in gran parte dalla Federal Reserve statunitense che ha adottato una politica monetaria più accomodante.

Con i mercati che scontano un taglio dei tassi nella prossima riunione del FOMC del 30 e 31 luglio, è probabile che l’oro continui ad essere sostenuto dal sentiment degli investitori.

Una previsione peraltro confermata anche dalle posizioni speculative sul metallo prezioso che sono nettamente aumentate nelle ultime settimane raggiungendo i picchi registrati negli ultimi anni soltanto in occasione del referendum della Brexit del 2016.

Una Fed accomodante manterrà bassi i rendimenti dei Treasury USA e, al contempo, addomesticherà la forza del dollaro. Questo offrirà un solido supporto ai prezzi del metallo prezioso.

I prezzi dell’oro potrebbero quindi continuare a salire entro la fine del secondo trimestre del 2020 in assenza di un importante evento negativo.

Considerati i rischi macroeconomici e geopolitici globali, credo che l’inclinazione dei rischi per i prezzi dell’oro sia al rialzo.

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